"Mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa..."
Era una sera di tanti anni fa; io da qualche tempo avevo iniziato un percorso di analisi presso uno psicoterapeuta. Da un po' alcune mie certezze erano crollate e finalmente avevo trovato l'onestà di dire a me stessa che no, non stava andando tutto bene. Ma mi sentivo persa. Come se avessi trovato la chiave per aprire una porta, senza sapere dove fosse l'interruttore per accendere la luce.
Quando una relazione è basata su un gioco di ruolo, per quanto nascosto e sottile possa essere, basta interrompere il gioco per vedere se ci sono anche altre solide basi su cui essa poggia. Ma se la base è solo il gioco, una volta rotto la relazione non ha più senso di esistere. E pur consapevole, emotivamente ne ero impreparata, perciò ritenni opportuno farmi aiutare.
Devo dire che tra me e quel terapeuta non si è mai instaurato forse il legame giusto per poter procedere con gli incontri. Non ci misi molto a capire che in qualche modo, dopo avermi dato qualche dritta, la sua intenzione era quella di interrompere il percorso. Dopo avermi dato qualche dritta. Perché io, in fondo, ero lì per quello.
L'ultimo dialogo si concluse con una domanda che mi irritò a tal punto da credere di essere stata io ad abbandonare quello studio, mentre invece fu lui ad accompagnarmi all'uscita.
"Perché vieni da me chiedendomi di darti delle colpe che non hai? Io non posso aiutarti in questo."
Piansi tanto, sentendomi rifiutata. Anche dal terapeuta. Mi ci volle qualche tempo per capire quanto in realtà quella frase mi abbia scosso positivamente, tanto da risuonare ancora nella mia testa dopo anni.
Non è semplice guardarsi dentro per vedere dove si sta sbagliando. Non è da tutti, ci vuole coraggio. Eppure alcune volte si cade nel burrone opposto, ovvero il senso di colpa infinito che magari è stato frutto dello scaricabarile di qualcun'altro e tu ci hai creduto fino ad ora, ed ora tenti di scappare e di guarire. Ma ti ritrovi nella necessità di ripetere esattamente la tua storia. Ovvero, trovare qualcuno che ancora ti addossi colpe. Non stai guarendo, stai cambiando scenario, sperando inconsciamente che ti confermi che la colpa è tua e solo tua.
Si tratta di puro masochismo? No. C'è di più. Tutto questo parte dal concetto che tutto dipenda da te. Se trovi il difetto in te e lo correggi, la situazione migliora, tutto migliora. E sei esclusivamente tu a controllarla. La correzione dei tuoi sbagli diventa la leva che solleva il mondo. Ma se abbracci questa prospettiva un po' troppo spesso, gli altri cessano di esistere. Sono solamente fantocci con reazioni stereotipate e automatizzate ai tuoi comportamenti e alle tue decisioni.
Ed è un inganno comodissimo, poiché non sei costretto a fare qualcosa di molto difficile: accettare l'altro. Accettare che alcune volte non stai sbagliando nulla, le cose non vanno semplicemente come avevi previsto, le relazioni cambiano, gli eventi possono essere inaspettati. E tu devi solo accettare che non puoi cambiare un bel niente. Fine.
E quante volte nella vita ha risuonato nella mia testa questa frase. Profonda, come la voce di quel terapeuta. Tutte le volte che mi sento il peso delle responsabilità sulle spalle, tutte le volte che me ne faccio una colpa, cercando disperatamente al di fuori segnali chiari dei miei stessi errori, per poterli correggere e non trovarne mezzo.
Perché il lavoro più ostico a volte non è ammettere di sbagliare. Ma ammettere di stare di merda dove prima si stava bene, e accettarlo.
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